Dalla scelta di accompagnare suo figlio alla Petriana a una vita dedicata ai giovani e ai colori gialloblù. Roberto Pica racconta 33 anni di ricordi, emozioni e appartenenza. Una storia che dimostra come il valore delle persone possa essere più importante di qualsiasi vittoria.
Ci sono persone che attraversano la storia di una società sportiva e altre che, con il passare degli anni, finiscono per diventarne parte integrante. Roberto Pica appartiene a questa seconda categoria.
Trentatré anni di Petriana. Trentatré anni di campi, spogliatoi, ragazzi, famiglie, vittorie, sconfitte e soprattutto rapporti umani. Un percorso iniziato quasi per caso, grazie a una scelta fatta per suo figlio, e diventato nel tempo qualcosa di molto più grande.
Tutto è cominciato da un padre
Quando Roberto ripensa al suo primo giorno alla Petriana, il pensiero torna inevitabilmente alla famiglia e a quella decisione che avrebbe cambiato anche la sua vita.
«La scelta allora era per mio figlio e si è rivelata giusta sia per la sua crescita che per me, perché ho trovato un posto unico nel mondo del calcio, dove il valore della persona era ed è più importante di tante vittorie».
Parole semplici, ma capaci di raccontare l’identità di una società che, da sempre, considera il calcio uno strumento di educazione, aggregazione e crescita personale.
Per Roberto, quella scelta si è trasformata in un legame profondo, costruito giorno dopo giorno e diventato indissolubile.
Il gruppo del 1998: quando l’amicizia vale più di una vittoria
In oltre tre decenni sono tanti i ricordi che hanno lasciato un segno. Ma ce n’è uno che Roberto custodisce con particolare emozione: quello del gruppo del 1998.
Una squadra capace di conquistare tre campionati in quattro anni, ma che viene ricordata soprattutto per qualcosa che non compare nelle classifiche.
«Erano amici veri, che non si fecero abbindolare dalle chiamate di società più importanti e vollero rimanere alla Petriana, dandoci soddisfazioni che ancora oggi ricordo con piacere».
È forse proprio qui che si comprende il significato più autentico della sua esperienza. Non soltanto i risultati sportivi, ma la capacità di trasmettere ai ragazzi il senso dell’appartenenza, dell’amicizia e della riconoscenza.
Perché una coppa può finire in una bacheca, mentre certi legami continuano a vivere anche molti anni dopo l’ultima partita.
La Petriana come seconda casa
Quando gli chiediamo che cosa rappresenti davvero la Petriana, Roberto non ha dubbi.
«Molto più di una società sportiva, rappresenta una famiglia. Io la considero la mia seconda casa».
Un’affermazione che racchiude trentatré anni di relazioni umane.
Ci sono persone che oggi non fanno più parte della società, ma che Roberto continua a frequentare e a sentire. Amicizie nate intorno a un campo di calcio e diventate parte della sua vita.
È proprio questo il patrimonio umano che vorrebbe continuare a trasmettere alle persone che oggi condividono con lui la quotidianità della Petriana: il valore di sentirsi parte della stessa famiglia.
Fare un passo indietro, senza andare via
Dopo 33 anni arriva anche il momento di riflettere sul futuro e sulla necessità di lasciare spazio alle nuove generazioni.
Una scelta consapevole, ma non per questo facile.
«Il passo indietro è doveroso per i giovani. Loro sono il futuro ed è giusto passare a loro il testimone. Certo, è duro e doloroso».
Nelle sue parole non c’è nostalgia fine a sé stessa, ma la consapevolezza che amare una società significhi anche accompagnarne il cambiamento.
Roberto, però, non ha intenzione di interrompere il suo rapporto con la Petriana.
«Ho avuto la fortuna di trovare persone che mi hanno permesso di restare comunque in società e di poter dare ancora il mio piccolo contributo. Restare fuori dalla Petriana sarebbe impossibile per l’amore che mi lega a questi colori».
Un passaggio di testimone, dunque, non un addio. Perché quando un luogo diventa parte della propria identità, non basta cambiare ruolo per smettere di sentirlo casa.
Essere ricordato come uomo, prima che come dirigente
L’ultima domanda è forse la più difficile: che cosa vorrebbe che restasse di Roberto Pica tra vent’anni?
La risposta non parla di campionati vinti, incarichi ricoperti o traguardi sportivi.
Parla di ragazzi. Di persone. Di vita.
«Vorrei essere ricordato come qualcuno che li ha aiutati nella crescita come uomini, non tanto come calciatori. Che sia stato per loro prima un secondo padre e poi un secondo nonno, e che io sia sempre stato dalla loro parte e abbia sempre cercato di portarli per mano».
È questa, probabilmente, la testimonianza più bella di trentatré anni trascorsi alla Petriana.
Perché il successo di chi dedica la propria vita ai giovani non si misura soltanto nei risultati ottenuti sul campo, ma soprattutto nelle persone che ha contribuito a formare.
Trentatré anni che non finiscono qui
La storia di Roberto Pica è una di quelle che raccontano meglio di tante parole che cosa significhi appartenere alla Petriana.
È la storia di un padre arrivato per accompagnare suo figlio e rimasto per accompagnare generazioni di ragazzi.
È la storia di un uomo che ha visto crescere giovani calciatori, trasformarsi amicizie e passare il tempo, senza mai perdere il legame con quei colori.
E oggi, mentre il testimone passa gradualmente alle nuove generazioni, resta una certezza: Roberto Pica continuerà a essere parte della famiglia Petriana.
Perché ci sono persone che lasciano un incarico, ma non lasciano mai davvero il posto che occupano nel cuore di una società.
E dopo 33 anni, forse il risultato più importante non è quello che Roberto ha conquistato con la Petriana, ma quello che ha lasciato nelle persone che l’hanno incontrato.